Il tabù degli avverbi (e della forma passiva)
Se vi è capitato di seguire un corso di scrittura, in particolare di scrittura per il web, vi sarete sentiti rivolgere questo invito: “Evitate il più possibile di usare gli avverbi”. L’invito si riferisce in modo particolare agli avverbi di modo, specie quelli che finiscono in -mente.
È un consiglio dello stesso Stephen King, che nel suo celebre “On writing” scrive: “L’avverbio non è vostro amico. (…) Con gli avverbi l’autore rivela che teme di non esprimersi chiaramente”. “Chiaramente” è comunque un avverbio e compare anche nel testo inglese: “With adverbs, the writer usually tells us he or she is afraid he/she isn’t expressing himself/herself clearly”.
A margine, vorrei far notare come King specifichi ogni volta “he or she”, particolare non registrato dalla versione italiana. Ma tant’è.
Quella di King non è proibizione ma un invito a usare con cautela l’avverbio, parte invariabile del discorso “che funge da modificatore fondamentale del verbo (a cui generalmente si pospone). Esso può inoltre modificare aggettivi, altri avverbi e nomi (ai quali viene invece anteposto), oppure intere frasi, specificandone o determinandone il significato” (Accademia della Crusca).
Gli esempi portati da King sulla frequente ridondanza, inutilità, degli avverbi sono più che convincenti.
“«Mettilo giù!» urlò lei” e “«Ridammelo, è mio!» supplicò lui”, sono frasi efficaci che non necessitano di essere appesantite da un avverbio (“«Mettilo giù”» urlò minacciosamente lei”; “«Ridammelo, è mio!» supplicò servilmente lui”).
Tutto ciò non significa, credo neppure per King, evitare l’uso degli avverbi in modo assoluto. Certo, bisogna introdurli raramente, centellinarne la presenza, ma questo non significa farne un tabù.
Eppure quanti di noi, scrivendo un articolo di blog o un post per i social, si sono autocensurati per ottemperare al diktat che vieta gli avverbi e si sono trovati poi in difficoltà alla ricerca di escamotage per non usarne neppure uno?
Come sempre, ci vuole misura.
Il consiglio degli editor è quello di rileggere una frase contenente avverbi omettendoli, cercando di capire se il contenuto, ma anche l’emozione o l’atmosfera che vuole trasmettere, ne risultano alterati.
Vorrei quindi provare a ridare un po’ di dignità ai poveri avverbi. Del resto, se esistono già dai tempi del greco e del latino classici, qualche utilità l’avranno pure.

Immagine generata da AI.
In difesa dell’uso degli avverbi
Ho cercato negli articoli del mio blog frasi contenenti avverbi. Da brava partecipante a numerose lezioni di web copywriting, ne ho trovati pochi ma ne ho trovati. Li ho usati perché temevo “di non esprimermi chiaramente” o perché li ho percepiti come importanti?
Non è facile rispondere. Vediamo qualche esempio, tratto appunto dai miei testi. Mi piacerebbe poi raccogliere qualche parere da parte vostra.
“L’olfatto è il più primitivo dei sensi e il più direttamente collegato alle emozioni”.
“Il più collegato alle emozioni” trasmette lo stesso significato di “Il più direttamente collegato alle emozioni”?
Si potrebbe dire di sì ma non vi sembra che l’avverbio “direttamente” riesca a dare un rilievo speciale a tale collegamento?
Ci ho riflettuto e ho deciso di lasciare questo “terribile” avverbio in “-mente”.
Poco più avanti trovo, nel medesimo articolo: “È per questo che un profumo può farci tornare immediatamente a un luogo o a una persona, o meglio alle emozioni legate a quel luogo e a quella persona”.
In questo caso avrei potuto evitare “immediatamente”, che voleva rendere appunto l’immediatezza del collegamento profumo-ricordo. Forse avrei dovuto optare per un avverbio meno “ingombrante”, come “subito”.
Eliminerei invece, in modo abbastanza convinto, l’avverbio in questa frase: “Sostenere che per una Pmi sia importante avere una strategia di comunicazione non è un’argomentazione particolarmente originale”. Avrei potuto scrivere: “è un’argomentazione poco originale”.
Un altro avverbio non essenziale lo troviamo qua: “Si tratta, in sintesi, di una linea di pensiero che punta a riscoprire esperienze e relazioni reali, fuori dalla bolla virtuale in cui siamo costantemente immersi”. Avrei potuto togliere “costantemente” oppure sostituirlo con il più “leggero” “sempre”.
Come vedete, rivedere i propri testi in un’ottica particolare (“Quanto e come ho usato gli avverbi?”) può portare a riconsiderare diversi passaggi ma anche a confermare il fatto che ci sono casi in cui non possiamo fare a meno di un avverbio.
E la forma passiva?
Anche la forma passiva dei verbi è presente dall’antichità classica. Torno a dire che se una forma linguistica è stata creata, è perché risponde a specifiche esigenze della comunicazione umana. Ho chiesto così a Google i pro e i contro dell’uso della forma passiva. Ci ha pensato l’ormai onnipresente AI Overview a darmi una buona risposta sintetica.
I pro (quando usarla)
- Evidenzia il risultato: mette in primo piano l’evento o l’oggetto più importante (Es: “La cura è stata scoperta” invece di “I dottori hanno scoperto la cura”).
- Nasconde l’autore: è utile quando non si sa chi abbia compiuto un’azione o quando si voglia nascondere il colpevole (Es: “Il vaso è stato rotto”).
- Tono formale e scientifico: dà un senso di imparzialità e oggettività nei testi di ricerca o nelle leggi (Es: “I dati sono stati analizzati”).
- Varietà stilistica: aiuta a non ripetere sempre lo stesso tipo di frase in un testo lungo.
I contro (quando evitarla)
- Rende il testo pesante: le frasi passive usano più parole e sono più lunghe da leggere.
- Meno chiarezza: può confondere il lettore perché non dichiara subito “chi fa cosa”.
- Tono impersonale o freddo: toglie energia e dinamismo alla scrittura, facendola sembrare distaccata.
- Scarsa efficacia sul web: i motori di ricerca e la scrittura per internet preferiscono frasi brevi e dirette con la forma attiva.
Dico subito che la scarsa efficacia sul web è un valido motivo per non usare la forma passiva nei testi destinati all’online. Ma nella scrittura offline?
AI Overview consiglia: “Usa la forma passiva solo quando c’è un motivo preciso e strategico per farlo”.
Ad esempio, un uso motivato della forma passiva si ha quando si vuole mettere in primo piano il soggetto che subisce l’azione, spostando l’attenzione dall’autore.
Nella frase “L’albero secolare del parco è stato sradicato dal vento violento, l’albero secolare risulta protagonista più che in “Il vento ha sradicato l’albero secolare nel parco”.
O ancora: con “Il latitante è stato catturato dopo tre anni di ricerche”, il focus è la fine della fuga del criminale. Chi lo ha preso (le forze dell’ordine) è un dettaglio ovvio.
I tabù nella scrittura finiscono per limitarci. Le forme del linguaggio sono tanti strumenti a nostra disposizione, alcuni di uso più frequente, più indispensabile, e altri magari più di contorno. Tutti però ci consentono di dare al testo le giuste sfumature e intenzioni.
