L’AI è un ottimo editor. Ecco i consigli che mi ha dato
In tanti si lamentano del moltiplicarsi di articoli e post generati dall’AI. E giustamente. Il più delle volte sono banali, poco originali, scontati.
Se interpelliamo un’AI con prompt non dettagliati, privi di contesto, con un accenno generico all’argomento da trattare, otterremo un testo altrettanto generico, poco approfondito, costruito con i contenuti statisticamente più probabili per quel tema, quindi contenuti standard, reperibili ovunque.
Ma non voglio qui focalizzarmi sull’importanza del prompting, che richiede studio e preparazione e che quindi troppo spesso viene trascurato.
Mi interessa invece raccontarvi un utilizzo dell’AI che ho scoperto da poco.
L’incontro con ChatGPT a suo tempo, e poi con altri chatbot di intelligenza generativa, è stato per me entusiasmante. Pur conscia di praticare una delle professioni a rischio di estinzione (anche se ho cominciato a ricredermi in proposito), non ho potuto fare a meno di ammirare le potenzialità di questo strumento.
Così mi sono messa a studiarlo.
Ho cercato di imparare a interrogare correttamente l’AI, a utilizzarla come un’assistente abilissima nel raccogliere e organizzare contenuti vasti e complessi; ho capito l’importanza di fornirle le fonti a cui attingere, in modo da evitare allucinazioni.
Mi faccio anche dare una mano nella ricerca del lavoro (ogni settimana ChatGPT raccoglie per me le offerte online relative ai settori di mio interesse).
Proseguendo nello studio, ho incontrato di recente una funzione per me nuova: utilizzare l’AI per valutare i miei articoli dal punto di vista stilistico, della chiarezza, della leggibilità, del tono di voce.
Una premessa importante: io non utilizzo mai le creazioni dell’AI così come sono. Per me sono basi da cui partire, canovacci che spesso modifico totalmente. Per cui gli articoli di questo blog sono tutti farina del mio sacco.
Per testare la nuova funzionalità ho scelto un articolo, “Il brand purpose è in crisi?”, e l’ho dato in lettura a ChatGPT, accompagnato da un prompt, molto articolato e lungo ben 346 parole, che definiva passo passo i criteri che dovevano essere applicati per valutare il testo e proporre possibili migliorie.
Non posso qui riportare il prompt, perché non è stato ideato da me ma dagli esperti con cui sto studiando. Se siete interessati a sapere i corsi che sto seguendo, contattatemi tramite il form che trovate nella home.
Il risultato è stato di notevole interesse.
Vi propongo i passi più significativi.

Io e ChatGPT (immagine generata con l’AI)
La pagella di ChatGPT
Circa la chiarezza del testo, ChatGPT commenta: “Nel complesso il testo si capisce alla prima lettura. La struttura argomentativa è lineare: crisi del purpose → definizione → cause della crisi → possibile futuro. Il problema non è quindi l’oscurità, ma qualche passaggio in cui il rapporto logico potrebbe essere più netto”.
Seguono i punti da rafforzare dal punto di vista logico.
ChatGPT mi dice poi di apprezzare la concisione dell’articolo, però con alcune “micro-ridondanze”, che consiglia di eliminare.
Sulla concretezza, invece, il mio chatbot ha qualche appunto più sostanzioso da farmi. Mi rimprovera di usare spesso il “linguaggio concettuale tipico della comunicazione aziendale”.
Qualche esempio?
“«istanze valoriali e sociali». Che cosa significa concretamente? Ambiente, diritti civili, parità di genere, condizioni di lavoro?”.
“«modelli virtuosi». Virtuosi secondo quale criterio?”.
“«azioni concrete». È una delle espressioni più ricorrenti nel testo, ma rimane paradossalmente astratta. Quali azioni? Politiche interne? Investimenti? Supply chain? Governance?”.
Posso dargli torto? Purtroppo, quando si lavora per anni nella comunicazione, si assorbono cliché e frasi fatte, che sono scorciatoie che ci permettono di non “spremere troppo le meningi” e sembrano far “suonare” bene le frasi.
Quindi, abbasso le orecchi e incasso.
Ma andiamo avanti.
ChatGpt nota che non uso verbi alla forma passiva, come si conviene (anche se vi rimando ad alcune mie riflessioni su questo tabù dei copywriter), ma che introduco a volte “costruzioni impersonali” un po’ deboli.
Eccone un esempio, con tanto di correzione: “«Va detto che forse nel mondo della comunicazione ci eravamo un po’ illusi…». Forma più attiva: «Forse noi comunicatori ci eravamo illusi…»”.
Poi però il mio chatbot mi appunta al petto una medaglia, quella relativa al tono di voce: “Sì, una voce c’è. Ed è probabilmente la qualità migliore del testo”. I suoi tratti: “uno scetticismo controllato e l’ironia lessicale”.
Infine, una nota che mi ha colpito e che reputo molto acuta, relativa a quelli che ChatGPT chiama “attenuatori di pensiero”.
“«Va detto che forse…», «un po’ illusi…», «potrebbe essere stata…», «Diciamo che…», «può essere molto dannoso…», «mi sento di dare questo consiglio…». Presi singolarmente sono innocui. Insieme mostrano però che, in alcuni punti, l’autrice formula una tesi e contemporaneamente arretra di mezzo passo”.
Ed è esattamente lo spirito con cui li uso: un fondo di incertezza, una specie di “mi pare così ma potrebbe esserci qualcuno più esperto di me che sostiene il contrario”.
Ecco infine la mia pagella.
| Chiarezza | 4/5 |
| Brevità | 4/5 |
| Concretezza | 3/5 |
| Verbi attivi | 4/5 |
| Voce | 4/5 |
Ma non è tutto qui.
Chat GPT mi propone un esercizio di miglioramento: “Farei una seconda passata sul testo con una sola regola: cerchia ogni espressione astratta tipica del linguaggio del marketing e obbligati a sostituirne almeno una su due con qualcosa che si possa vedere, misurare o verificare”.
E chiude con un consiglio: “Se dovessi indicarti la direzione editoriale da seguire nei tuoi articoli, sarebbe questa: non cercare di sembrare più autorevole aggiungendo linguaggio specialistico. Sei più autorevole quando lo togli e fai sentire il giudizio di chi quel linguaggio lo conosce già”.
Meglio l’AI editor che l’AI scrittrice
Mi pare evidente l’utilità di una revisione dei testi fatta in questo modo. Il che mi porta a dire con ancor più convinzione che è meglio scrivere da sé, impiegando l’AI solo per raccogliere e coordinare le informazioni e per farci suggerire correzioni e aggiustamenti. Così, non solo non perderemo l’abilità stessa dello scrivere e non smetteremo di far funzionare il cervello, ma potremo anche migliorare il nostro stile, la nostra capacità di approfondimento, l’originalità del nostro tono di voce.
In questo davvero l’AI è una collaboratrice ineguagliabile.
