Parlando di errori, correzione di bozze e… AI
Ho trovato citata in alcuni articoli sul tema della correzione di bozze una frase di Theodor W. Adorno. Anche se può sembrare quindi poco originale, la riporto anch’io perché rende esattamente il senso del correggere con accuratezza: “Non c’è correzione, per quanto marginale e insignificante, che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni ognuna può sembrare meschina e pedante; insieme possono determinare un nuovo livello del testo”.
Di contro, la presenza di errori abbassa il livello di un testo in termini non solo di generica qualità ma anche di credibilità e professionalità dell’autore (e, nel caso di libri, soprattutto della casa editrice).
Immaginate quindi quanto possa essere necessario controllare e correggere quanto scritto per chi, come me, vive di scrittura.
Ma quanti errori si possono fare!
Il catalogo delle possibili sviste e degli errori veri e propri purtroppo è ampio.
Partiamo dai più classici refusi o “errori di stampa”. Non nascono dalla mancata conoscenza dell’ortografia ma da “intoppi” nella battitura (“anhe” invece di “anche”) o nell’impaginazione (frasi spezzate da un “a capo”, titoli appiccicati al paragrafo, senza spaziatura…).
Sono forse i più subdoli da scovare e per individuarli occorre un certo allenamento. Per fortuna (!??) ho corretto per anni bozze in un settimanale e questo mi ha fatto da valida gavetta.
Vi assicuro che articoli, anche di giornali o blog autorevoli, o post o newsletter pieni di refusi non sono una rarità.
In questi casi, quando si tratta di palesi errori di battitura, non viene messa in dubbio la cultura di chi scrive ma il testo rischia di essere percepito come sciatto, la sensazione è quella di trascuratezza, scarsa professionalità.
Passiamo invece ai più insidiosi errori di ortografia e grammatica.
Qui la reputazione dell’autore corre dei grossi rischi.
Si possono citare alcuni “grandi classici”:
- “qual’è”, che dovrebbe essere scritto senza apostrofo;
- «E’» maiuscola che andrebbe accentata e non apostrofata;
- «un pò», che va apostrofato e non accentato;
- “perchè”, dove l’accento dovrebbe essere acuto (é);
- “valige/ciliege”, che al plurale conservano la “i” (“valigie” e “ciliegie”;
- “da” voce del verbo “dare”, che richiede l’accento (“dà”).
Vogliamo anche accennare a «un’», che deve essere apostrofato solo davanti a un nome femminile iniziante per vocale? O alla distinzione tra né” come negazione (accentato) e “ne” come particella pronominale (non accentato)?
L’elenco potrebbe essere ancora più lungo.
Pedanteria? Rimando ad Adorno.
Un grande protagonista degli errori di grammatica è il congiuntivo: dal “Penso che lui ha ragione” al “Se avrei tempo, farei sport”.
Qui il rischio reputazionale si ingigantisce.
Ma ci sono errori più sottili benché gravi: ad esempio, scrivere “gli ho dato” in riferimento a un nome di genere femminile (“le ho dato”).
Volete mettervi alla prova?
Rispondete a queste domande.
- Desse o dasse? Stesse o stasse?
- Affianco o a fianco?
- Accelerare o accellerare?
- Meteorologia e metereologia?
- Spiaggie o spiagge?
- “Dipende da te di fare questa scelta” o “Dipende da te fare questa scelta”?
Molti di voi sorrideranno. In effetti, se state leggendo quest’articolo, immagino siate persone interessate alla scrittura e quindi con ottime competenze grammaticali. Ma… una piccola lacuna, una minuscola incertezza possono sempre nascondersi in ognuno di noi e rivelarsi nel momento meno opportuno, mettendoci in imbarazzo.
In ogni caso, cercate di rispondere senza consultare Google. A chi commette errori, suggerirei di ridare una sbirciatina alla grammatica italiana e sicuramente consiglierei di far controllare a qualcuno i propri testi.
Testi che, fra l’altro, potrebbero contenere anche degli errori sintattici.
Con errore di sintassi si intende, semplificando, un periodo costruito con le parole in ordine sbagliato, con un uso scorretto delle subordinate, privo di elementi essenziali. La sintassi, infatti, secondo l’Enciclopedia Treccani è “la parte della linguistica che studia la connessione di unità minori a formare unità maggiori” (per chi volesse approfondire, lascio il link: https://www.treccani.it/enciclopedia/sintassi/).
Fra gli errori sintattici rientrano anche gli errori di punteggiatura, poiché la punteggiatura serve a organizzare la struttura della frase, definendo le relazioni tra le sue parti (soggetto, predicato, complementi) e i confini tra proposizioni.
Sulla punteggiatura si nota una diffusa incertezza. Da segnalare la quasi totale scomparsa del “punto e virgola”, che pure servirebbe a indicare una pausa meno decisa di quella definita dal “punto” ma più rilevante di quella segnalata da una “virgola”. Si nota invece o un uso indiscriminato delle virgole, che rende difficoltoso dare un senso alla lettura, o un utilizzo ossessivo del punto, che trasforma il testo in un elenco di brevi enunciati.
Infine, citerei ancora gli errori contenutistici: date sbagliate, erronea attribuzione di citazioni (molto diffusa sui social), anacronismi (far prendere il treno a un personaggio in un’epoca in cui i treni non erano ancora stati inventati), contraddizioni (scrivere nell’introduzione che il prodotto A è il più economico e, nella conclusione, affermare che il prodotto B costa meno).

Cosa cambia con l’AI
Sappiamo che le AI sono in grado di liberare i testi da errori ortografici, refusi, errori di sintassi. E contenutistici.
Come mi ha chiarito ChatGPT: “Posso individuare errori di sintassi, ma anche:
- errori grammaticali (concordanze, tempi verbali, preposizioni);
- punteggiatura poco corretta o ambigua;
- costruzioni poco fluide o “innaturali”;
- ripetizioni o ridondanze;
- problemi di coerenza e chiarezza del periodo”.
Per verificarlo gli ho sottoposto un testo sintatticamente traballante e devo dire che lo ha analizzato e corretto in modo impeccabile.
Ho voluto anche sfidarlo nella ricerca di errori contenutistici e gli ho chiesto di verificare questo paragrafo: “Giulio Cesare è stato un imperatore romano, considerato una delle figure più importanti e influenti della storia. È morto a Napoli il 20 marzo 30 a.C.”.
Nella risposta sono stata bacchettata: “Cesare non fu mai imperatore”, “Cesare fu assassinato a Roma, nella Curia di Pompeo”, “La data corretta è 15 marzo 44 a.C. (le famose Idi di marzo)”. Quindi “Giulio Cesare è stato un generale, politico e dittatore romano, considerato una delle figure più importanti e influenti della storia. Morì a Roma il 15 marzo 44 a.C., assassinato durante una congiura”.
Cosa rimane ai correttori di bozze e agli editor?
Intanto distinguiamo i due ruoli: in ambito librario l’editor interviene sulla sostanza (struttura, stile, trama) per migliorare l’opera, mentre il correttore di bozze agisce sulla forma (refusi, grammatica, punteggiatura) per eliminare gli ultimi errori prima della pubblicazione.
Possono essere sostituiti da ChatGPT, Claude o Gemini?
Allo stato delle cose, rimane fondamentale il controllo umano sui risultati dell’AI, anche se le “allucinazioni” sono in costante diminuzione.
Per quanto riguarda l’editing, concordo con questa affermazione di Giuliano Scavuzzo, scrittore, editor e copywriter: “L’editing non si limita alla correzione di errori superficiali; implica una profonda comprensione del contenuto, del contesto e dell’intento dell’autore. Un editor umano apporta una prospettiva critica, empatia e creatività, elementi che l’IA non può replicare”.
Questo può valere in parte anche per i correttori di bozze, che risultano però un po’ meno indispensabili circa l’individuazione di buona parte degli errori.
Certo è che, a una persona con dei dubbi sulle proprie conoscenze grammaticali e sintattiche, prima di tutto consiglierei di farsi dare una controllatina da un’AI.
Se la revisione vuole invece essere di natura stilistica o relativa alla capacità di suscitare emozioni allora direi che, quanto meno per ora, è più importante la correzione umana.
Non riesco a non dire “per ora”.
Pensiamo all’ironia e al sarcasmo. L’opinione comune è che “l’intelligenza artificiale fa ancora fatica a comprendere l’ironia, il sarcasmo e i giochi di parole complessi” (come spiega l’AI di Google, AI Overview).
Ma il mio ChatGPT preferisce precisare: “Riesco a individuare ironia o sarcasmo quando ci sono indicatori evidenti: contrasto tra ciò che si dice e ciò che si intende; esagerazione evidente; contesto negativo + commento positivo”. Quindi “posso dirti se una frase suona ironica/sarcastica; spiegarti perché funziona (o no); aiutarti a scrivere ironia efficace per il tuo target. Ma se vuoi un’analisi precisa al 100%, meglio sempre avere contesto (dove viene usata, pubblico, tono del brand)”.
Chiudo senza una “conclusione finale” ma con un invito a riflettere.
