“Aiuto! Scrivo come un’AI!”. Cosa rende “umani”  i nostri testi?

Alla non sempre facile vita di noi copywriter si è aggiunto ora un nuovo cruccio: il rischio che un nostro testo venga ritenuto scritto da un’AI. La caccia ai post e agli articoli “non umani” è aperta da tempo ma rischia di fare vittime innocenti.

L’elenco dei segnali che dovrebbero far subodorare l’intervento di un’intelligenza artificiale è piuttosto lungo: basta fare una ricerca su Google (o chiedere a un’AI) per rendersene conto. Ho chiesto appunto al “mio” ChatGPT (l’aggettivo possessivo mi è venuto spontaneo e su questo si potrebbero aprire delle riflessioni), che mi ha sfornato un elenco cospicuo.

Qualche esempio?

  • Una regolarità quasi eccessiva: il testo procede con una fluidità uniforme, con paragrafi di lunghezza simile, frasi ben bilanciate, progressione logica impeccabile. È tutto corretto, ma troppo ordinato.
  • Strutture sintattiche che ritornano: sono frequenti costruzioni parallele come Non si tratta solo di X, ma anche di Y; Da un lato X, dall’altro Y; X non è semplicemente…, è…
  • Il gusto per le triadi: l’AI ama le enumerazioni di tre elementi (più semplice, veloce ed efficace; chiarezza, precisione e affidabilità; comprendere, valutare e scegliere).
  • Un lessico semanticamente “positivo”: innovativo, strategico, efficace, fondamentale, significativo, concreto, valore, opportunità, sfida, soluzione, approccio, evoluzione.
  • Connettivi usati in maniera molto disciplinata: inoltre, tuttavia, allo stesso tempo, in questo contesto, per questo motivo, in particolare, in definitiva. L’AI tende a esplicitare continuamente le relazioni logiche. Un bravo autore umano spesso lascia invece che sia il lettore a ricostruirle.
  • Conclusioni che non concludono: un classico è il paragrafo finale che sintetizza quanto già detto, suonando bene ma non introducendo un’ultima idea, un’immagine o una conseguenza.

ChatGPT aggiunge: “Questo, per me, è uno degli indizi editorialmente più interessanti: nei testi umani troviamo spesso una scelta lessicale insolita, un’osservazione molto personale, un cambio di ritmo, un esempio sorprendente, una frase imperfetta ma efficace. La generazione automatica tende invece verso la probabilità linguistica: sceglie molto spesso ciò che, in quel contesto, suona naturale e appropriato”.

Io che controllo un testo con una lente di ingrandimento.
Alla ricerca di tracce di intelligenza artificiale.

Ma scrivo come ChatGPT?

Nei miei testi mi capita di scrivere “Non si tratta solo di…, ma anche di…”?. Temo di sì. Non mi è mai capitato di definire un’azienda o un progetto come “innovativi, strategici, efficaci, fondamentali”? Come no! Si tratta di classici cliché che fanno spesso comodo.

Ed ecco che mi ritrovo a cambiare frasi o aggettivi per non generare sospetti sulla “genuinità” del mio articolo.

Eppure credo che l’elemento principale a tutela del lavoro dei copywriter, senza escludere l’uso di un’AI, sia l’originalità di pensiero. Che non significa adottare parole obsolete o escamotage artificiosi.

L’originalità deve partire già dal prompt. Se all’AI sottopongo una richiesta dettagliata, in cui inserisco spunti personali, in cui pongo dei paletti anche sulla tipologia di espressioni, la risposta sarà personalizzata, non standard e ovvia.

Lo stesso ChatGPT spiega come distinguere un testo scritto dall’AI da un testo scritto bene con l’AI: “Nel secondo caso un autore interviene sul materiale: elimina le ripetizioni, rompe le simmetrie, introduce esperienza e dettagli, cambia il ritmo, verifica i fatti e soprattutto compie delle scelte”.

Mi fermerei sulla verifica dei fatti e sulle scelte.

La necessità di verificare quanto scrive un’AI e la qualità delle fonti che ha impiegato spero stia diventando una prassi consolidata, almeno tra i professionisti. Il controllo umano sui contenuti è ineludibile. Quando devo scrivere articoli di blog su temi complessi o molto tecnici, seleziono fonti affidabili (a volte indicate dal cliente e quindi certificate). Così l’AI non si aggira per il web, pescando a caso.

Eppure io ricontrollo sia la qualità del testo sia la correttezza delle informazioni. Spesso riformulo le frasi, integro con considerazioni, adatto meglio il testo al tono di voce del cliente in questione. Come ho già detto, per me l’output di ChatGPT è un canovaccio.

Infine compio delle scelte: l’ho fatto già all’inizio, con la selezione delle fonti e la stesura del prompt, e continuo a farlo, decidendo cosa mettere in rilievo, cosa accantonare, quale conclusione trarre (se è il caso di trarre una conclusione).

Insomma, se in un testo, a partire dall’impostazione, mettiamo il nostro punto di vista (o quello del brand per cui scriviamo), non dobbiamo preoccuparci di usare o non usare triadi e aggettivi positivi. L’originalità umana emergerà da sé.