Il potere delle parole secondo Cicerone: una questione di responsabilità

Torno ai miei studi classici proponendo alcune considerazioni sulla comunicazione, partendo da un testo di Cicerone sul rapporto tra eloquenza (da interpretare come abilità nell’uso delle parole anche scritte) e sapienza (intesa, per ora, come accurata conoscenza dell’argomento trattato).

Non è la prima volta che prendo spunto da un autore classico per il mio blog (e come ho fatto per il mio sito, che si apre con una citazione classica): da un lato a spingermi è la nostalgia per i miei studi, dall’altro la convinzione che l’antichità classica abbia affrontato buona parte delle questioni in cui ancora oggi ci dibattiamo, da quelle più grandi (la vita e la morte, la pace e la guerra, il tradimento, il destino, la vendetta, la follia…) a quelle più pratiche, come l’arte di esprimersi e convincere.

Il brano che considero oggi viene dal “De inventione”, uno dei primi trattati di Cicerone.

Ne riporto solo un passaggio, che riassume il pensiero dell’autore, anche se commenterò qualche altra frase del capitolo (De Inventione I,1):

“E in verità la ragione stessa mi porta, con lunga riflessione, proprio a questa opinione, di ritenere che la sapienza senza l’eloquenza giovi poco alle collettività, l’eloquenza poi senza la sapienza per lo più sia molto dannosa, e non giovi mai” (traduzione dal sito poesialatina.it di Giuseppe Frappa).

Per Cicerone eloquenza e sapienza hanno un’importanza cruciale per la società. Intendendo appunto l’eloquenza anche come capacità di scrittura efficace e la sapienza come padronanza del contenuto, il brano del grande oratore interroga tutti coloro che vivono di comunicazione.

Cicerone osserva che chi sa comunicare è in possesso di un’arma potente e, per questo, dovrebbe porsi la questione etica dello scopo per cui utilizzarla.

Comunicare senza sapienza, cioè senza conoscere a fondo ciò di cui si parla, è dannoso, mentre avere padronanza di un argomento ma non saperlo comunicare, rende vana tale padronanza.

Non è difficile portare questa riflessione ai giorni nostri: una comunicazione efficace dal contenuto superficiale o non verificato, genera disinformazione e, a volte, manipolazione, mentre una conoscenza approfondita, senza strumenti per diffondersi, rischia di rimanere inascoltata e inefficace.

Nel primo caso la seduzione delle parole può prevalere sulla sostanza, spingendo le persone a credere in ciò che è ben detto piuttosto che in ciò che è vero.

Nel secondo, la sapienza che non riesce a farsi capire è di scarso beneficio per la società.

Attenzione: per Cicerone è però solo l’eloquenza senza sapienza a fare danni.

Cicerone fanciullo in un dipinto del XV secolo.
Come foto per la pagina, alla faccia della Seo, ho scelto questo Cicerone ragazzino intento alla lettura, dipinto nel XV secolo da Vincenzo Foppa. Non c’entra molto, è vero, ma mi piace.

Qui entrano in gioco i comunicatori e il loro ruolo, e vorrei proporre un paio di riflessioni.

La prima riguarda appunto l’importante responsabilità di rendere comprensibile la conoscenza. Nella mia esperienza di copywriter mi è capitato di incontrare esperti di materie complesse che necessitavano di farsi capire da un pubblico più ampio di quello degli addetti ai lavori.

In questo caso la capacità di scrivere in modo efficace dovrebbe essere guidata da:

  • comprensione della materia trattata (a me risulta impossibile scrivere di qualcosa che non ho capito), con relativa fase di studio;
  • precisione dei termini impiegati (né troppo tecnici né troppo vaghi);
  • logica del ragionamento, rispecchiata dal concatenarsi dei periodi sintattici.

La seconda riflessione è di respiro più vasto, allargando il significato di “sapienza” fino all’ampiezza che Cicerone gli attribuisce (la sapienza per lui deriva da “retti e onesti studi della ragione e della morale”).

Mi sono interrogata spesso sulla responsabilità etica di chi è professionalmente un comunicatore: dietro a una comunicazione politica, ma anche sociale e sportiva, dai toni aggressivi spesso ci sono dei professionisti. Come anche, temo, dietro a molte fake news.

Di deontologia si parla per quel che riguarda i giornalisti, per i quali esistono precisi codici di comportamento, ma anche le associazioni dei professionisti delle relazioni pubbliche propongono regole improntate alla correttezza e alla veridicità dell’informazione.

Del resto, se abbiamo per le mani uno strumento potente, dobbiamo chiederci come lo utilizziamo e al servizio di chi o di che cosa.

Non voglio giudicare le scelte di altri. L’importante è essere coscienti che, se siamo disponibili a comunicare falsità o a diffondere odio o a fomentare pregiudizi, non possiamo poi chiamarci fuori. Le armi le abbiamo fornite noi.

Foto di copertina di Noah Black da Unsplash.