Leggi, leggi, leggi: è il miglior metodo per scrivere bene

Dal 4 al 12 novembre si è svolta l’ottava edizione di #ioleggoperché. L’iniziativa di promozione della lettura, ideata dall’Associazione Italiana Editori, ha coinvolto 3,9 milioni di studenti e ha rifornito di libri molte biblioteche scolastiche.

Quando ho letto la notizia, ho ripensato al ruolo avuto dalla lettura nella mia crescita culturale e professionale.

I libri sono da sempre compagni della mia quotidianità (ho letto un intero libro per la prima volta, “Piccole donne”, a 7 anni). Sono un supporto morale, l’occasione per staccare dalle solite incombenze e immergermi in altri mondi.

Sono stati soprattutto la base del mio utilizzo della scrittura, prima come studentessa, poi come giornalista e ora come copywriter.

Se non si legge, difficilmente si scriverà bene.

Non si tratta solo di interiorizzare regole e modi di dire corretti, ma anche di ampliare il proprio lessico, riuscendo a cogliere le diverse sfumature di verbi e parole, di acquisire una sensibilità al ritmo del periodo e ai collegamenti tra i periodi.

Ho percepito in modo chiaro il patrimonio di espressioni sedimentatosi in me in tutti questi anni di lettura quando mi sono ritrovata a dover ideare la trama e l’incipit di un romanzo come esercizio in un corso di scrittura creativa. La richiesta era giunta abbastanza di sorpresa, non avevo avuto il tempo di pensarci più di tanto. Così mi sono messa davanti al pc e le immagini, le situazioni e i personaggi sono scaturiti da sé.

Non penso che il tutto abbia un grande valore letterario ma il fatto che io sia riuscita a trovare in pochi attimi nella mia testa del materiale “da romanzo” testimonia di quale repertorio ho racchiuso da qualche parte nella mia memoria.

Come ha scritto Fernando Pessoa, i libri “si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante”; in qualche modo rimangono dentro di noi, anche se ci sembra di non ricordarli.

Ripeto, la buona scrittura non può prescindere dalla lettura. Anche se i testi che mi sono richiesti a livello professionale non hanno nulla a che vedere con la letteratura, l’aver letto tanto mi fornisce le giuste parole per i più svariati argomenti.

Quadro con donna che legge.

E continuo a leggere. Non solo, e non tanto, libri relativi al lavoro, ma soprattutto romanzi, saggistica storica e sociale, biografie. Da questo punto di vista sono onnivora e credo sia un bene. Spaziare su ambiti diversi è un modo per aprire la mente, allargare gli orizzonti, conoscere nuovi pensieri ma anche nuovi stili, generi, lessici.

Tutti elementi che sistemo nel mio “magazzino”, pronti per essere utilizzati.

Infine, una curiosità che penso possa riguardare molti amanti della lettura.

Da un po’ di anni a questa parte ho registrato un importante cambiamento nel mio stile di lettura.

Fino circa ai 30 anni leggevo un libro per volta: lo iniziavo e, nel giro di qualche giorno o di qualche settimana, a seconda di quanto mi appassionasse, lo terminavo.

A un certo punto ho iniziato a leggere 2 o 3 libri contemporaneamente, libri che sono andati pian piano aumentando. Sul mio comodino in questi giorni ne stazionano 7. Ne apro uno, leggo alcune pagine, metto un segnalibro, e passo a un altro volume.

Mi sono chiesta spesso il perché di questa mia singolare evoluzione come lettrice e penso di aver trovato una risposta in “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello” di Nicholas Carr.

La psicologa Agnese Scappini la riassume così: “La difficoltà è proprio di concentrazione, o meglio di seguire un ragionamento, che, nei libri, è lineare, mentre, invece, internet ci porta a ragionare per nodi e salti. Carr nota insomma che non è che stiamo diventando incapaci di leggere, ma che il nostro modo di acquisire informazioni è oramai totalmente congruo al maggior strumento di informazione e comunicazione che utilizziamo”.

Io per lavoro uso Internet dal momento in cui è entrato nelle aziende italiane e, come tutti, lo uso anche fuori dall’ambito di lavoro.

Ho scoperto così che non riesco a seguire a lungo il “ragionamento lineare” di un testo ma ho bisogno di variare, di spostarmi spesso in un altro “ragionamento”, in un altro contesto, in un altro argomento, così come se mi muovessi seguendo dei link.

Vi assicuro che non è stata una scoperta del tutto rassicurante ma, quando ne ho scritto su LinkedIn, nei commenti qualcuno ha suggerito che potrebbe essere solo un nuovo modo di pensare, non per forza negativo.

Cosa ne pensate?

Foto di Gulfer Ergin e quadro del Birmingham Museums Trust.