Parole comuni o ricercate?
Scegli la semplicità
La semplicità è una caratteristica del nostro stile di scrittura?
Nel loro manuale “I ferri del mestiere”, Carlo Fruttero e Franco Lucentini evidenziavano come gli italiani considerino “serio” “soltanto ciò che è altisonante, impettito, astruso, per cui ogni approccio di sapore pragmatico gli sembra ignobile e superficiale”.
Diciamo la verità: quante volte, come copywriter, siamo stati tentati (e magari abbiamo ceduto) dall’uso di una parola ricercata, che desse un tono più “professionale”, più colto, al nostro testo?
Non so da cosa ci derivi questo “vizio”, se dalla scuola o dalle origini letterarie dell’italiano stesso.
Resta il fatto che, ai fini della comunicazione, questa cattiva abitudine può causare danni.
Già dall’antichità si sottolineava che “talvolta un’espressione del parlato è molto più espressiva di quella ricercata, perché la si capisce sulla base dell’esperienza comune, e ciò che è familiare risulta più efficace”.
Il saggio consiglio viene da un critico del I secolo d. C., anonimo, autore di un trattato di estetica e retorica, “Il sublime”. Sì, proprio quello a cui ho sottratto una frase per la home di questo sito.
Parrebbe un’ovvietà: se vuoi comunicare, devi usare espressioni comprensibili per il tuo pubblico.
Eppure ci lasciamo affascinare dalla ricercatezza dei termini.
In un Paese dove Tullio De Mauro, nel 2016, riscontrava che “il 70% degli italiani non capisce quello che legge” (naturalmente mi auguro che la situazione nel frattempo sia migliorata ma non ho grandi speranze), l’uso di espressioni basate sull’esperienza comune potrebbe essere una necessità per un comunicatore.
L’importante credo sia partire dal chiederci chi sia il pubblico della nostra comunicazione, il destinatario del nostro messaggio.

Prendo un paio di esempi dalla mia esperienza.
Mi trovo spesso a scrivere articoli che trattano del mercato dell’energia. Si tratta di un ambito davvero complesso, direi quasi sfidante per chi ne deve parlare a persone non del settore. Il che accade il più delle volte. I clienti di un’azienda che vende luce e gas non sono quasi mai esperti di Pun, Pfor, componente di dispacciamento e via di questo passo.
Ogni volta mi ritrovo a dover scegliere quali termini tecnici devo utilizzare per forza, per ognuno dei quali inserisco però la spiegazione.
A volte il confronto con l’azienda verte proprio su questo: quanto è necessario, ai fini della chiarezza della comunicazione, addentrarsi in dettagli da specialisti? La risposta il più delle volte è “molto poco”, ma si scontra con il timore di chi mi commissiona il testo, di sembrare, senza qualche parola “da iniziati”, non competente.
Devo dire che, nella maggior parte dei casi, le mie motivazioni a favore della semplificazione vengo ascoltate ma la tentazione ogni tanto si ripresenta.
Altre volte, invece, le caratteristiche dei destinatari del messaggio richiedono un linguaggio tecnico e specifico del settore.
Tempo fa ho iniziato a collaborare con un’azienda di consulenze industriali.
Il mio primo articolo per il loro blog doveva essere dedicato al fenomeno M&A (Mergers and Acquisitions) in Italia.
Memore dell’importanza della semplicità, ho preparato un testo che spiegava, passo passo, cosa sono le fusioni e le acquisizioni in ambito industriale, dimenticando però che il pubblico, i clienti dell’azienda di consulenze, erano imprenditori, che già sanno tutto di M&A e a cui poteva interessare solo un’analisi dell’andamento di questo tipo di operazioni.
Inutile dire che ho dovuto, giustamente, riscrivere tutto.
Quindi, ok alle parole di uso comune a meno che non si debba trattare un tema a livello tecnico-professionale per un pubblico competente.
Al di là del linguaggio specifico di un settore, la semplicità del testo, con la scelta di parole “piane” (comuni, usuali), è un valore indiscutibile.
Il più delle volte i comunicati stampa che scrivo sono destinati a testate generaliste, che si rivolgono a un panorama variegato di lettori. Quindi, per fare degli esempi, per me “scegliere” potrebbe essere più efficace di “optare”, “preferire” più comprensibile di “prediligere”, “trovare” meglio di “reperire”.
La tentazione di mostrarmi forbita è sempre dietro l’angolo, devo ammetterlo. Ma, se il mio scopo è farmi capire, allora non deve permetterle di fare capolino.
