L’AI? Un treno da non perdere, anche per un copywriter

Con l’intelligenza artificiale stiamo tutti facendo un po’ i conti. Dopo lo stupore e quel pizzico di sconcerto iniziali, ci siamo accorti che l’AI è un treno da non perdere, qualunque sia la nostra professione.

Così mi sono fatta i miei corsi di prompting (l’arte di dialogare con una AI), ho un account premium su ChatGPT e ho iniziato a utilizzarlo, devo dire con risultati soddisfacenti.

Non mi azzardo a spiegare come impiegare l’AI per il copywriting: rimando a chi è molto più competente di me.

Preferisco raccontare la mia esperienza.

Cosa ho chiesto a ChatGPT? Di tratteggiarmi le buyer personas per i miei servizi di copywriting e ufficio stampa.

Me ne ha proposte 5, decisamente attendibili. Per ognuna mi ha elencato gli obiettivi, le frustrazioni e come io potrei aiutarla. Hanno fatto seguito le keyword con cui potrei farmi trovare dalle mie personas su Google.

Ho proseguito facendomi suggerire argomenti per il mio blog che potrebbero essere interessanti per loro.

Potrei applicare quindi lo stesso procedimento per qualsiasi cliente, per presentare i suoi servizi sul suo sito e nel suo blog.

Grazie a una preziosa lezione di Laura Venturini, mi sono anche creata un Gpt (una versione a cui ho assegnato uno scopo specifico e che si è autobattezzata “Elena’s LinkedIn Strategist”), che scrive post per LinkedIn seguendo le indicazioni di stile e tono che gli ho fornito all’inizio.

Cosa devo dire?

Scegliere di non utilizzare uno strumento di questa potenza è impensabile.

È vero che non si può prendere ogni output dell’AI così com’è e impiegarlo senza revisione.

Non tutto è centrato, alcuni concetti si ripetono, non sempre lo stile o la scelta dei termini mi soddisfano. A essere sincera, riscrivo quasi sempre buona parte dei testi.

Ma non ho dovuto affrontare il blocco della pagina bianca, posso scegliere fra spunti diversi senza averli dovuti cercare, ho risparmiato tutto il tempo di solito speso per la ricerca di keyword e query.

Un pc aperto su ChatGPT, collegato a una videocamera e sullo sfondo l'immagine di un volto creato dall'AI.

Sono un’entusiasta dell’AI?

In generale penso (temo) di sì. Non nascondo però che, quando ChatGPT mi suggerisce un’idea particolarmente brillante, che non mi si era proprio affacciata alla mente, provo una certa inquietudine. Vi scorgo un guizzo di creatività “umana”.

È vero, senza i miei prompt (più sono accurati, ricchi di informazioni e approfonditi, più le risposte saranno pertinenti) l’AI non potrebbe produrre nulla di utile.

Quindi, sbagliavo a dire – nel mio precedente articolo “L’incognita dell’AI sul futuro del copywriting” – “Sono d’accordo con chi dice che uno strumento come l’AI deve essere utilizzato, individuando i criteri per gestirlo. Ciò non mi toglie la convinzione che il mio lavoro (come molti altri) abbia i giorni contati”?

Ni. Allo stato attuale l’output dell’AI dipende in buona parte dalla qualità dell’input: come detto, la risposta sarà tanto più soddisfacente quanto più la richiesta sarà stata espressa secondo le regole del prompting.

Ma lo strumento è talmente potente (e, con il mio lavoro, ne sperimento un’infinitesima parte) che mi resta sempre il dubbio che, prima o poi, l’AI riuscirà a soppiantare i poveri copywriter (e non solo).

Sto leggendo in questi giorni “L’onda che verrà” di Mustafa Suleyman, fra i fondatori di DeepMind, azienda leader nel settore dell’AI. Non è una lettura rilassante. Le applicazioni dell’AI in ambiti vitali, pur con tutti i benefici che se ne potranno (possono, ormai) trarre, non riescono a fugare, neppure in un esperto, la paura di non essere più in grado, a un certo punto, di governare questi potenti algoritmi o di evitare che vengano impiegati per scopi negativi.

Cosa ne pensate?

Come utilizzate l’AI per la vostra professione?

Parliamone: trovate un modulo di contatto in fondo alla Home o scrivetemi su LinkedIn.

Foto di Sergei Tokmatov e di Jonathan Kemper.