Quale “vision” per il mio brand? Quanto conta sapere dove andare e come

L’edizione del primo gennaio 2025 di Be!, la newsletter dell’agenzia Pennamontata, era dedicata alla vision (“Una visione potente che spinge a guardare oltre l’orizzonte del presente”), che ogni brand dovrebbe aver definito per sé.

Fra le tante newsletter a cui sono iscritta (troppe, come probabilmente capita a molti) questa di Pennamontata mi riserva spesso gradevoli sorprese e interessanti spunti, come in questo caso.

La vision, sottolinea la newsletter, “deve essere formulata in modo chiaro e conciso, e deve reggersi in un perfetto equilibrio tra ispirazione e concretezza”.

Compito non semplice. Essere chiari e concisi nel definire un quadro di valori fondanti significa evitare parole fumose e circonlocuzioni inutili e significa, soprattutto, avere in mente un disegno preciso.

La sfida da affrontare, e che spesso intimorisce i piccoli brand, è proprio questa: chiedersi su quali linee guida si sta impostando il futuro.

Pennamontata offre alcuni suggerimenti, sotto forma di domande a cui rispondere, per avviare il processo di definizione della vision.

Ho deciso di provare a seguirli applicandoli al mio personal branding: quale vision guida la mia attività di copywriter e giornalista freelance?

Come sta in questo momento il mio brand?

Si parte dallo stato di salute del brand utilizzando l’analisi SWOT.

Quali sono i miei punti di forza? Quali le fragilità? Che opportunità mi si presentano? Quali pericoli mi minacciano?

Ripromettendomi di approfondire quest’analisi in privato (come aggiornamento dell’analisi Swot fatta tempo fa), accenno solo a qualche spunto su cui intendo lavorare.

Un punto di forza che mi sostiene è la mia padronanza dell’italiano, “condita” da una buona dose di cultura classica (qualche articolo del mio blog lo evidenzia). Per un copywriter padroneggiare grammatica e sintassi non è irrilevante e l’impostazione mentale data dallo studio del greco e del latino aiuta nella sintesi, nella logica e nell’armonia del periodo.

La mia principale fragilità, invece, penso sia la mia goffaggine quando si tratta di presentare a un potenziale cliente le mie competenze. Sono molto brava a raccontare i pregi degli altri ma quando si tratta di me, tendo a minimizzare, a non dare il giusto rilievo.

Opportunità? L’intelligenza artificiale.

Minacce? L’intelligenza artificiale.

Dell’incognita dell’AI sul futuro del copywriting ho già scritto qualcosa in questo blog.

Una lavagna con uno schema di analisi Swot.

Cosa si aspettano gli altri da me?

Pennamontata parla di “ascolto collettivo: sondaggi e interviste che permettono di coinvolgere persone esterne al team nella definizione della nuova visione”.

Al di là del fatto che non ho un team, però l’idea di fare un mini sondaggio tra i miei clienti chiedendo loro come mi vedono e cosa si aspettano da me, devo dire che mi tenta.

Non nascondo un certo timore: credo che a volte possa essere sconcertante scoprire la percezione che gli altri hanno di noi, quello che vedono e che noi magari non scorgiamo neppure.

Comunque, se troverò il coraggio, vi aggiornerò.

Se mi dovessi occupare, invece, della vision di un cliente, suggerirei di raccogliere anche il percepito di dipendenti e fornitori. Troppo spesso i vertici trascurano l’ascolto di chi vive l’azienda, finendo a volte per “inventare” brand identity che stridono con ciò che, ad esempio, i dipendenti pensano (e dicono tra loro o sui social).

Si tratta di pericolose crepe che possono trasformarsi all’improvviso in falle rovinose, causando crisi reputazionali.

Anche di questo ho già parlato in un articolo sulla comunicazione interna.

Quali sono i miei obiettivi a lungo termine?

Messa in secondo piano la risposta più immediata (“Riuscire a pagare le bollette”, obiettivo che per un copy freelance non è del tutto scontato), devo dire che non so se i miei obiettivi siano “chiari e misurabili, ambiziosi ma realistici”, come chiede la newsletter.

Certamente mi piacerebbe continuare a formarmi per mettere la mia professionalità a disposizione di piccole e medie aziende, magari capaci di produzioni di qualità o innovative ma che non hanno ancora trovato la giusta voce per parlare di sé.

Ho incontrato spesso bellissime realtà imprenditoriali che non riescono a brillare come meriterebbero.

Con alcune ho già la fortuna di collaborare e spero che in futuro ci possano essere ancora più occasioni.

Come comunico me stessa?

In merito alla comunicazione, Pennamontata suggerisce di “costruire una narrativa che risuoni dentro e fuori l’azienda”.

Per un comunicatore non dovrebbe essere difficile ma vi ricordate la mia principale fragilità, la mia goffaggine quando devo parlare di me? Questo sito, questo blog, il mio profilo LinkedIn rappresentano il mio tentativo di “costruire una narrativa” che mi rappresenti.

Funzionano? Fatemelo sapere scrivendomi (trovate un modulo di contatto in fondo alla Home).

Foto di Greg Rakozy.